“Camisani Calzolari: la cybersecurity è il nuovo passaporto del Made in Italy

Difendere il Made in Italy oggi non significa soltanto combattere i trafficanti d’arte o i falsari del mercato globale. Significa proteggere l’Italia in un campo di battaglia invisibile: quello digitale. È lì che si gioca una partita decisiva per la reputazione, l’autenticità e il valore dei nostri prodotti. Un’arena globale, esposta agli attacchi informatici e alla disinformazione, dove il genio italiano rischia ogni giorno di essere copiato e rivenduto a migliaia di chilometri di distanza.

Il contributo di Camisani Calzolari

Nell’ambito dell’evento “ID Made in Italy: Identità, Innovazione e Difesa”, promosso da ITDIFESA con il supporto delle Istituzioni, di Asso Made in Italy e di Verum, è intervenuto Marco Camisani Calzolari, cyberumanista e divulgatore, che ha ricordato come il Made in Italy debba dotarsi di nuovi strumenti di protezione.

«Il Made in Italy è ovunque. Nei vestiti, nel design, nel cibo. Ma ci siamo mai chiesti quanto è protetto questo valore? Ogni giorno le aziende italiane vengono colpite da attacchi informatici. Il nostro talento viene rubato in silenzio, copiato e rivenduto lontano. La cybersicurezza non è solo un tema tecnico, è un tema di reputazione e di sopravvivenza sul mercato». Un concetto ribadito con forza: «La cybersecurity è il nuovo passaporto della qualità. Il Made in Italy è un tesoro: non possiamo lasciarlo senza antifurto. La sua protezione si chiama cultura digitale».

Il monito di Camisani Calzolari fotografa un fenomeno spesso sottovalutato: il furto digitale del Made in Italy. Non si tratta più soltanto di contraffazione fisica di borse, vini o prodotti alimentari. Oggi il vero bottino sono i dati industriali, i brevetti, i processi produttivi e persino le strategie di marketing delle nostre imprese. Le aziende italiane, soprattutto le piccole e medie, rappresentano un bersaglio privilegiato: troppo spesso prive di strumenti di difesa adeguati, diventano prede facili per hacker e organizzazioni criminali che rivendono il nostro know-how a competitor internazionali.Difendere il Made in Italy nel XXI secolo significa quindi unire due piani di protezione: quello fisico e legale, contro chi contraffa prodotti e inganna i consumatori; quello digitale, contro chi attacca i sistemi informatici, ruba innovazioni e mina la reputazione dei marchi. La partita non è soltanto economica, ma culturale. Così come nel dopoguerra il Made in Italy ha saputo imporsi come marchio di eccellenza mondiale, oggi deve imparare a presidiare il proprio valore anche nello spazio cibernetico.In gioco non c’è solo il fatturato delle imprese, ma l’idea stessa di Italia come brand globale. Se non proteggiamo la nostra identità digitale, rischiamo che il Made in Italy diventi un’etichetta svuotata, replicata ovunque, priva dell’autenticità che lo ha reso celebre.